| | | Immaginate un variopinto vaso greco, riccamente istoriato di miniature raffiguranti episodi di vita felice e spensierata, lontana, distante, utopica, risalente a un'epoca primigenia e arcadica dove ogni desiderio trovava equo appagamento, in cui l'uomo non aveva bisogno di guadagnarsi la vita col sudore e col rischio di perderla per sopravvivere, quando ancora il significato della parola “lotta” era sconosciuto, quando esistevano solo canti come quelli delle Sirene e delle Vestali e dei culti bacchici, danze accompagnate da musiche tribali, da ritmi estatici, sensuali, avvolgenti. Immaginare raffigurate sulla diafana superficie di questo fragile vaso anche scene di follie e scherzi e invasamenti guidati dal Dio Pan e della Dea Foia nelle foreste e nei boschi fuori Atene, movimenti folli d'accoppiamento, uomini e donne che si dimenano e contorcono come anaconde, inebriati dalle note e dal vino come tanti Satiri, Fauni, Ninfe, Menadi; immaginate raffigurazioni di celie e piaggerie a sfondo sessuale tra ragazzi e ragazze. Ebbene, questo vaso, al suo interno, se qualcuno non si accontentasse di bearsi della superficie e fosse colto dalla curiosità di svelare il suo contenuto, ospita i cocci di patere andate rotte, ancora sporche di cibo, scagliate per terra dai banchetti, per ira, in segno auspicale, per distrazione, per ubriachezza, similmente decorate, appartenenti a dinastie ed epoche differenti della grecità antica ma pressappoco dipinte degli stessi temi arcadici e orfici. Ciascuna di queste patere, vasi, anfore, pissidi, a sua volta ne ha contenute altre, sempre andate in frantumi, gettate a terra dalla noncuranza e dall'ira di una mano iraconda e infelice, con i loro episodi bacchici irrimediabilmente spezzati prima dell'orgasmo, come un sogno felice interrotto da una brusca sveglia mattutina, spazzati via dalla ramazza di una domestica frettolosa che non si sente di prendere l'iniziativa di buttare e via i cocci e li raccoglie in un altro contenitore aspettando che il padrone prenda la decisione sul da farsi. Tutto raccolto in un'anfora e anche quest'anfora sta per cadere, in bilico su una consolle... Così mi accade, i pezzi saranno raccolti e deposti in un'urna cineraria, ma ogni volta quest'urna dovrà essere sempre più capiente per contenere lo sfacelo senza fine di milioni di vasi scagliati a terra da un bambino infelice e troppo a lungo frustrato nelle sue pulsioni primordiali... rottami, rottami... Sono stanco, sfinito, mi sento come un Mandarino alla corte dei Ming impegnato in calcoli infecondi che non ha nemmeno la forza di portare a termine. Ora, o me infelice, preferisco lasciare spoglie le mensole e il piano dei mobili, arrendermi all'irresistibile fascino del nulla, ad una vita senza più emozioni, alle malie della Dea Abulia, il caro prezzo per non inciampare nella tagliola dell'angoscia, forse così nulla andrà più infranto. Stalattiti di ghiaccio. È vivere, dormire sepolti ...Read the whole post... |
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